Taggato: Carmine Macchione

Radicali Liberi di Ossigeno: amici o nemici dell’invecchiamento?

Si stima che nel 2060, circa il 30% della popolazione europea sarà costituito da ultraottuagenari. In un mondo che invecchia rapidamente, una delle principali sfide della ricerca biomedica è migliorare la qualità di vita dell’anziano e al contempo contenere la crescente spesa sociosanitaria dedicata alla gestione delle malattie geriatriche. Per esempio, il solo trattamento delle ulcere cutanee recidivanti, un problema tipico dell’anziano, costa ora ai sistemi sociosanitari europei circa il 2% dell’intero budget allocato, mentre negli USA il loro trattamento costa annualmente più di venticinque miliardi di dollari. Quindi, se da un lato l’aumento dell’aspettativa di vita nei paesi occidentalizzati può considerarsi un grande successo della medicina moderna, dall’altro lato, l’impennata di malattie geriatriche ad esso associato rischia di diventare il tallone d’Achille dei sistemi sociosanitari e assistenziali. La ricerca di soluzioni maggiormente efficaci e sostenibili alle problematiche dell’invecchiamento rappresenta dunque un obiettivo strategico fondamentale del programma di finanziamento alla ricerca scientifica “Horizon 2020” della Comunità Europea.

Il vecchio cattivo

Il vecchio cattivo

“C’è tanta gente malvagia nel mondo, la scienza ha fatto passi da gigante, ma ciò che spinge l’uomo a far del male rimane incomprensibile, forse perché la profondità della cattiveria per noi è insondabile
NCIS – Unità anticrimine

“Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”
Martin Luther King

Dovendo parlare della cattiveria dell’anziano, argomento del tutto negletto dalla ricerca gerontologica, salvo pochi encomiabili e importanti contributi, desidero iniziare con un ossimoro, dicendo che anche l’amore può essere cattivo, quando è incapace di comprendere l’aiuto ricevuto ed essere riconoscente. A tal proposito ricordo una favola che la nonna, quella si che era buona, raccontava a noi nipoti, quando nelle serate d’inverno eravamo tutti raccolti attorno a un braciere, godendo il caldo e il racconto. Era una favola di Hans Christian Andersen sul bambino cattivo. Una sera di tregenda, pioveva a dirotto, un vecchio poeta sentì bussare alla porta. Aprì e vide un bambino, biondo, bello come un angelo, con due occhi lucenti come due stelle e con un arco un po’ sbilenco sulla spalla le cui frecce per l’intensa pioggia erano diventate tutte storte. Era tutto bagnato, tremante, pallido e al limite dell’assideramento. Il vecchio poeta, intenerito, lo fece entrare, lo asciugò, lo riscaldò, gli fece bere del vino e mangiare una mela e seppe che il bambino si chiamava Amore e che sapeva tirare bene con l’arco. Il bambino, che si era ripreso, incominciò a manovrare l’arco, a raddrizzare le frecce e, dopo un poco esclamò “adesso si è asciugato e le frecce sono tutte dritte e ora lo posso anche provare”, e con destrezza mise una freccia nell’arco, mirò e colpì il vecchio al cuore. “Hai visto che il mio arco non si è rovinato” Ridendo e cantando uscì senza preoccuparsi del vecchio, che, ferito, giaceva gemente al suolo. La morale della favola è che anche l’amore può manifestare comportamenti cattivi e, in accordo con la filosofia di Schelling, il Bene può anche generare il Male.

Importanza dell’educazione all’invecchiamento attivo in una Italia sempre più longeva

Il progressivo incremento della speranza di vita alla nascita o durata media della vita è il fenomeno demografico di maggiore interesse degli ultimi decenni rappresentando una vera e propria rivoluzione. La speranza di vita alla nascita (Tabella 1) che in Italia era di 42,8 anni nel 1901, di 50,2 nel 1921, di 60,0 nel 1950 e di 73,1 nel 1980, è passata a 83 anni nel 2015 (80,1 per gli uomini e 84,7 per le donne, secondo Istat 2016). Importante è anche sottolineare che l’aspettativa di vita a 65 anni è di circa 18 anni per gli uomini e di circa 22 anni per le donne, mentre a 80 anni è di circa 8 anni per gli uomini e di circa 10 anni per le donne.

Come conseguenza dell’aumento dell’aspettativa di vita si è determinato un notevole incremento degli ultrasessantacinquenni che rappresentavano il 13,1 % nel 1981 mentre rappresentano al primo gennaio 2015 il 21,7 % della popolazione. A questo incremento ha corrisposto un progressivo aumento degli ultraottantenni e degli ultranovantenni ed in particolare dei centenari passati dalle 49 unità del 1921 a 6.313 nel 2001 ed infine a circa 17.000 nel 2013 (donne 83,7%, uomini 16,3%).

Fattori neurobiologici, psicogenetici e psicosociali dell’aggressività e della violenza (parte seconda)

Fattori neurobiologici, psicogenetici e psicosociali dell’aggressività e della violenza

Parte seconda

 

Disturbi mentali con comportamenti violenti dell’età evolutiva

Sono disturbi mentali che insorgono nell’età evolutiva e si manifestano con un quadro clinico in cui sono costanti o frequenti comportamenti violenti di vario tipo.
Con riferimento ai criteri diagnostici del DSM-5, la classe dei disturbi mentali che presentano le suddette caratteristiche comprende il gruppo dei disturbi da comportamento dirompente, i disturbi del controllo degli impulsi e i disturbi della condotta, caratterizzati da comportamenti che violano i diritti degli altri (quali aggressioni e distruzione della proprietà degli altri), e/o mettono l’individuo in contrasto significativo con norme sociali o figure che rappresentano l’autorità. Poiché tali comportamenti si possono manifestare durante il normale sviluppo, per poterli diagnosticare come sintomi di un disturbo è necessario valutarli in rapporto a ciò che è ritenuto “normale” per l’età, il genere e la cultura dell’individuo.

I fattori di rischio dei disturbi mentali con comportamenti violenti si distinguono in:

  1. temperamentali (quali ad esempio alti livelli di reattività emozionale e scarsa tolleranza alla frustrazione);
  2. fattori ambientali (pratiche educative rigide, incoerenti negligenti, condizioni di deprivazione fisica ed affettiva, associazione ad un gruppo di coetanei delinquenti e l’esposizione alla delinquenza);
  3. fattori genetici (eredofamiliarità per disturbi mentali, anomalie cromosomiche, disturbi mentali disturbi della condotta o criminalità dei genitori);
  4. fisiologici (anomalie della reattività del sistema limbico, della corteccia prefrontale, dell’equilibrio dei neurotrasmettitori e degli ormoni sessuali), frequenti cambi di caregiver.

Il gruppo dei disturbi da comportamento dirompente comprende il disturbo oppositivo provocatorio e disturbo esplosivo intermittente.

Fattori neurobiologici, psicogenetici e psicosociali dell’aggressività e della violenza (parte prima)

Fattori neurobiologici, psicogenetici e psicosociali dell’aggressività e della violenza

Parte prima

 

L’aggressività e la violenza secondo la filosofia, i naturalisti, la psichiatria, la psicanalisi, il comportamentismo e l’etologia

Per aggressività si intende l’inclinazione di un organismo vivente a sviluppare comportamenti offensivi nei confronti di altri organismi viventi, che possono raggiungere un’intensità tale da provocarne la morte. Si tratta di una caratteristica del mondo animale, di cui l’uomo fa indubbiamente parte, che spinge l’aggressore verso comportamenti orientati ad appropriarsi di un altro organismo vivente ai fini della propria nutrizione o ad affermare il potere di dominio e di difesa del proprio territorio o ad avere la supremazia all’epoca degli amori: l’aggressività può essere quindi predatoria, da difesa e da competizione sessuale.

Da Conrad Lorenz l’’aggressività è definita come la pulsione combattiva diretta contro i membri della stessa specie, tanto negli animali quanto nell’uomo.

Secondo il World report on violence and health (Geneve 2002), la violenza umana è sinonimo di prepotenza, angheria, brutalità, prevaricazione ed esprime l’uso intenzionale di forza fisica o di potere, minaccioso o reale, contro una persona o un gruppo di persone o una comunità, che comporta o ha una alta probabilità di comportare lesioni fisiche, morte, danno psicologico, e/o deprivazione.

La violenza può essere fisica o verbale, in quanto si può attuare con atti di aggressione fisica rivolti a provocare lesioni più o meno gravi o con modalità verbali e/ o gestuali, volte ad offendere, umiliare tratti caratteristici della personalità altrui, come il sentimento di libertà o il sentimento di autostima e di dignità.

Negli animali predatori, la violenza è regolata sia dall’apparato della vita di relazione, costituito da organi con cui l’animale si mette in contatto con l’ambiente esterno (organi sensitivo-sensoriali e del sistema nervoso centrale) sia dall’apparato osteo-artro-muscolare, preposto ai movimenti del corpo nello spazio e dei suoi segmenti tra di loro.

Nell’uomo, il cervello, l’organo preposto all’interpretazione degli stimoli e all’elaborazione della relativa risposta, essendo particolarmente sviluppato, risulta provvisto della proprietà di contenere l’aggressività ovvero di poterla tradurre in comportamenti violenti.

Prima ancora che i cultori della scienza della natura e dei fenomeni sociali studiassero scientificamente l’aggressività e la violenza, Hobbes e Rousseau furono i più autorevoli filosofi che hanno teorizzato il comportamento originario dell’uomo.

Secondo la teoria di Thomas Hobbes (1588-1679), esposta nel “Leviatano” (1651), il comportamento dell’uomo allo stato di natura è dominato dall’aggressività e dalla violenza.

Figura 1

La terapia diuretica dell’edema

I diuretici possono venire impiegati in svariate condizioni cliniche, tra le quali le più frequenti sono l’edema, gli squilibri idro-elettrolitici (ipo e ipernatremie, iperpotassiemie), gli squilibri acido-base (alcalosi respiratorie), le iper ed ipocalcemie, la paralisi periodica familiare.

In questo scritto ci occuperemo esclusivamente della terapia dell’edema.

 

DEFINIZIONE

L’edema consiste in un accumulo di liquido extracellulare in eccesso rispetto al valore normale, tale da determinare una imbibizione dei tessuti periferici riconoscibile clinicamente, ed un misurabile aumento del peso corporeo.

Malattie psicosomatiche e somatopsichiche nel soggetto anziano

Dalla mente al corpo e dal corpo alla mente

Il doppio binario della malattia e della salute

Introduzione

Che il cervello potesse in vario modo influenzare il corpo e/o ne fosse la spia per talune forme patologiche è nozione da sempre conosciuta e alcuni reperti rupestri mostrano il corpo umano sano o deformato da fiamme interne quasi a dimostrazione che paura, terrore o altro potessero consumare il corpo interiormente. In questa esposizione volutamente non faremo riferimento alla cultura orientale dove i rapporti tra mente e corpo sono molto più intimi di quanto non avvenga in occidente. La cultura occidentale, infatti, è stata fin dai suoi albori influenzata dalla filosofia della Grecia antica che considerava il corpo maschile l’emblema della perfezione e oggi ne abbiamo contezza ammirando i bronzi di Riace o le statue di Fidia.

Platone affermò che il corpo è sema, cioè segno, tomba dell’anima e questa condanna, ereditata poi dal Cristianesimo, influenzò a lungo la storia del pensiero occidentale. «Dicono alcuni che il corpo è séma (segno, tomba) dell’anima, quasi che ella vi sia sepolta durante la vita presente; e ancora, per il fatto che con esso l’anima semaínei (significa) ciò chesemaíne (intende esprimere), anche per questo è stato detto giustamente séma. Però mi sembra assai più probabile che questo nome lo abbiano posto i seguaci di Orfeo; come a dire che l’anima paghi la pena delle colpe che deve pagare, e perciò abbia intorno a sé, affinché sózetai (si conservi, si salvi, sia custodita), questa cintura corporea a immagine di una prigione; e così il corpo, come il nome stesso significa, è séma (custodia) dell’anima finché essa non abbia pagato compiutamente ciò che deve pagare. Né c’è bisogno mutar niente, neppure una lettera». Il filosofo greco considera pertanto l’anima come qualcosa d’incorporeo completamente separato dal corpo e rafforza il suo pensiero affermando che il corpo è un ostacolo e un peso per l’anima, rappresentandone una “tomba” o un “carcere”.

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