La Geriatria ai tempi del Covid-19: le due facce della medaglia

Dott. Nino Cotroneo

Quando il Prof. Trabucchi, nostro Presidente AIP, mi ha chiesto di scrivere la mia esperienza di medico, Direttore di un Reparto ospedaliero di Geriatria, e di paziente, confesso di esser stato all’inizio un po’ titubante. Era forte in cuor mio il desiderio di tenere tutta per me questa personalissima esperienza e di cercare di resettare il resettabile, trattandosi di un vissuto assai singolare e significativo. Ma è bastata una breve riflessione per comprendere due cose: la prima che dovevo lasciarmi andare, scriverla senza pensarci, perché, comunque, sarebbe servita a me e, al contempo, avrebbe fatto comprendere a chi la leggerà , che la vita riserva sorprese anche non piacevoli ma di cui, comunque, si può e si deve far tesoro; la seconda, e non per ordine di importanza, che al Prof. Trabucchi non si può dir di no.

All’inizio dell’emergenza il mio stato d’animo era sereno. Ero consapevole della situazione che si stava profilando, attento alle norme comportamentali, vivevo in una sorta di onnipotenza nella convinzione di godere quasi di un’immunità rispetto al contagio e mi mostravo sempre pronto ad offrire protezione e supporto agli altri. Ma in un batter d’occhio, l’avvento del Covid 19 ha stravolto il mio lavoro e quello di tutti i colleghi del reparto; inevitabilmente la nostra vita ha subito uno stravolgimento dal momento in cui è stata disposta la trasformazione del reparto da Geriatria, come fino ad allora era stato, in Geriatria Covid. I primi passi sono stati assai duri e traumatici per tutto il personale, armato esclusivamente di mascherina chirurgica oltre agli usuali strumenti in dotazione (tra cui guanti, fonendoscopio e camice) e collocato lì in trincea, con turni non più strutturati come d’abitudine ma adattati alla nuova situazione senza la certezza di un benché minimo riposo. Si sconvolge, tuo malgrado, lo stile di vita che fino a quel momento hai condotto, e non può essere altrimenti in un contesto di assoluta incertezza e preoccupazione.

Tanti gli interrogativi e le perplessità dei colleghi che insieme a me   si trovavano ad affrontare siffatto scenario: se operare in quelle condizioni significasse essere mandati tutti allo sbaraglio, privi di punti fermi dinanzi ad un nemico sconosciuto, quali i rischi in cui potevamo incorrere noi e, soprattutto, i componenti della famiglia, primi fra tutti i figli. Fin da subito i loro dubbi sono stati anche i miei, ma quel che mi sono sentito di trasmettere è che il nostro compito di medici, la nostra mission, fosse proprio quella di dare cura ed assistenza ai bisognosi e, in particolare, ai nostri pazienti anziani.

La risposta dei colleghi, pur con figli in tenera età, non è tardata ad arrivare, facendomi sentire onorato ed orgoglioso di essere il loro Direttore. Tutti, senza mai risparmiarsi, si son fatti carico di turni massacranti con quella grande professionalità che li onora come medici ma anche come persone. In proposito, ho anche avuto modo di constatare che chi, come me, aveva già lavorato in emergenza DEA PS si è mostrato subito disponibile a iniziare con i Covid, diversamente e comprensibilmente da coloro che avevano sino a quel momento operato solo con pazienti stabili.

In reparto senza sosta, con turni interminabili, tutto il personale giorno dopo giorno ha iniziato in silenzio ad accumulare stress e stanchezza, sia fisica che psichica. Questo ha dimostrato, più che in ogni altra situazione, che i medici, così come gli infermieri e gli Oss, quando si trovano a difendere la salute degli altri dimenticano la paura per sé stessi pur restando concentrati sulla pericolosità del momento. Compito assai arduo ed umanamente oneroso è stato quello di cercare di spiegare ai nostri pazienti cosa fosse questo male oscuro, la sua pericolosità, i rischi cui andavano incontro e il perché non potessero incontrare i familiari. Ma anche in questo caso la sensibilità e la disponibilità di medici ed infermieri non ha tardato a manifestarsi. Attraverso delle videochiamate, nel tentativo di farli sentire più vicini e di ridurre le barriere che il Covid aveva innalzato, i pazienti hanno potuto in qualche modo accostarsi ai loro affetti. In una fascia oraria quotidiana predeterminata tutto il personale medico, poi, era disponibile telefonicamente a dare notizie ai familiari che non avevano accesso in ospedale neanche in caso di morte del loro congiunto per dar gli l’estremo saluto, cosa questa tanto crudele e straziante quanto necessaria.

Impotenti dinanzi a chi sentiva arrivare la fine della propria vita senza avere i propri cari accanto.

Invero, il nostro vissuto nell’ambito del reparto è stato segnato da molte storie toccanti. Una fra tutte ha colpito in modo indelebile il cuore di ognuno di noi; quella di un signore 80enne che ogni mattina, con singolare dignità e profondo rispetto verso noi medici, stazionava dietro la porta del reparto, chiedendo con assoluto garbo di vedere la propria moglie degente, per consegnarle il cambio e qualche altro oggetto semplice ma sicuramente impregnato di umanità ed Amore. In più di un’occasione l’ho ricevuto in studio nel tentativo di spiegargli che per il bene di entrambi (la coppia non aveva figli) non poteva accedere nella sua stanza e tutte le volte sono rimasto profondamente colpito dalla sua delicatezza nell’accondiscendere al divieto che gli veniva imposto, pur senza comprenderlo. Mi ha narrato che era il suo amore da 60 anni, che da quando si erano sposati non si erano mai separati e che avevano vissuto una vita semplice, segnata da privazioni ma felice, condividendo tutto. Ricordo che un giorno, verosimilmente accorgendosi della mia emozione pur in parte celata dalla mascherina, ascoltando le mie parole, con un lieve sorriso mi disse: “Caro dottore, so che state facendo il vostro dovere; non si preoccupi ma faccia sapere al mio amore che io sono qui e che non la lascio sola”. Queste esperienze non possono non lasciare nel nostro intimo un solco profondo, pur nella consapevolezza che nelle varie situazioni che si sono presentate, siamo stati professionali e rispettosi delle regole, talvolta saremo apparsi duri, ma nell’interesse esclusivo e primario dei pazienti.

Guardando ai fatti accaduti, all’inizio a sottovalutare il pericolo Covid non sono stati solo gli amministratori e i politici ma verosimilmente anche molti di noi addetti ai lavori. Queste le frasi ricorrenti: sarà come le altre volte, ci si abituerà come ci si abitua a convivere col rischio e con la morte, il virus sarà lo stesso di prima. Va, comunque, detto che la classe medica si è lanciata in trincea senza ripensamenti né incertezze, nel mio caso forte di essere medico e geriatra, da sempre a contatto con pazienti impegnativi, visitati a 360° in quella che è la nostra valutazione multidimensionale con in più, stavolta, pure il Covid. Ed ecco che ad un certo punto, in un batter d’occhio, arriva lui: Ianus Bifrons, Giano Bifronte, ricordandoci che la medaglia ha sempre due facce, fino a quel momento quella del medico, di chi presta cura ed assistenza, adesso invece quella del paziente. Tutto ha inizio quando due colleghe, con sintomi apparentemente ed auspicabilmente influenzali, fanno il tampone. Risultato: entrambe positive (oggi fortunatamente guarite!). Alla successiva richiesta del tampone per tutti i colleghi ed infermieri, l’80% dei medici, me compreso, positivi.

Da lì si stravolge tutto, comincia una nuova vita, un nuovo personale cammino della nostra esistenza. Giano Bifronte, l’altra faccia della medaglia, non più medico ma paziente!

Il virus in questione, come ormai ampiamente acclarato, è sovente asintomatico ma a questo punto ti accorgi di averlo contratto. L’essere asintomatico se certamente è un vantaggio rispetto a chi presenta tutti i sintomi della malattia, rappresenta una tragedia molto forte dall’altro (sempre Ianus) per la comunità. Di colpo, sei diventato un untore del virus al pari di tutti i positivi asintomatici, che per la stragrande maggioranza non lo sanno. Appena appreso della positività, non prima di essermi preoccupato e di aver sperato che i miei colleghi fossero negativi (oggi, anche loro, tutti guariti), essendo asintomatico rimango in isolamento per i 14 giorni successivi, durante i quali non ricevo alcun contatto dagli organi preposti per comunicarmi la mia positività e ordinarmi la collocazione in isolamento. Stesso discorso per i miei colleghi. Primo contatto solo qualche giorno prima del tampone di controllo alla fine dei 14 giorni. La nuova condizione di paziente costringe a viver segregato in una stanza, con spazi più o meno apprezzabili (nel mio caso, non mi lamento), isolato da tutto e da tutti. Un recluso. Senti sulla tua pelle tutta l’incertezza che prima vivevi da medico, non essendo verosimilmente appieno cosciente di quella che vivevano i pazienti. Avverti il pericolo per i tuoi familiari (li avrò contagiati?)  e per gli amici che hai incontrato in quel periodo, tutto pesa come un macigno. Cerco di avvisare amici e conoscenti con cui sono stato in contatto in quei giorni, dicendo che ero risultato positivo e li invito, di conseguenza, a stare di più all’erta su eventuali sintomi ed eventualmente informare il medico curante. A questo punto, vien da sé, ti interroghi su come l’hai potuto contrarre. Preso sottogamba all’inizio? Visitando in Reparto? Attraverso i contatti coi colleghi o in occasione di riunioni? Cambia poco dove, la certezza è che l’hai contratto. Da lì inizia la tua personale battaglia contro questo nemico sconosciuto, la resistenza ad esso, la tua resilienza.

Inizi a vivere da prigioniero il tuo tempo interiore tra ansia, timore se non paura ma anche speranza. Alcuni dei colleghi che versavano nella medesima condizione con i quali ho avuto occasione di parlare ostentavano disperazione e rabbia. Ma è allora che capisci paradossalmente ancora di più quanto la vita sia bella, quanto merita di essere vissuta ma, soprattutto, che comprendi di più i tuoi pazienti, il loro sguardo mentre li stai visitando, quando ti interrogano, quando vedono in te l’unico a cui possono affidarsi in qualità di medico.

Da subito mi sono imposto di non sentire tutti gli esperti (ma lo sono tutti?) che ti cannoneggiavano ad ogni ora sui mass media, on line e ovunque. Ho soltanto ascoltato il radio giornale 1 delle h.8.00 e quello delle h.24. Quest’ultimo è sempre preceduto dall’inno nazionale (senso di appartenenza, tentativo di esorcizzare il momento, chissà …). Ho letto molto, anzi di più, filosofia, storia, medicina e poi, come i comuni mortali, ho guardato alcune serie tv, film e documentari sulla natura e storici. Nel sentire telefonicamente i colleghi esperti sull’argomento metti a nudo i loro limiti, che altro non sono che i limiti della scienza. Non perdi mai la fiducia e ti ritieni fortunato ad essere asintomatico ma rimani attento, come Vincent Kaminsk, il cecchino dell’omonimo film, ad ogni sintomo vero o presunto.

Assisti senza essere protagonista alle ore che passano, confidando nella Speranza e rifugiandoti nella Fede, che mi è ha dato forte sostegno. Ma, al di sopra di tutto, in questi 35 gg di duro isolamento, sono pervenuto  a una riflessione importante sulla mia vita e sul fatto di essere privilegiato ad avere una famiglia, anch’essa isolata e col pericolo del contagio, in ansia ma che neanche per un istante ha mollato, facendomi sentire sempre il suo Amore e incoraggiandomi soprattutto dopo il 3° e il 4° tampone ancora positivo, sempre serena all’apparenza ma in cuor proprio assai preoccupata.

Resilienza! Quante volte ne ho parlato ai congressi, ai corsi di formazione, coi colleghi. Quante volte ho incoraggiato e supportato pazienti, caregivers, familiari, persone bisognose. Ecco, appunto, resilienza e resistenza. Mi son detto: ora tocca a te stare in isolamento e solo con te stesso. Il pensiero ai familiari lontani, a mia sorella, ai pericoli che anche lei corre lavorando in ospedale, il desiderio di averla accanto in questo difficile momento e magari di vederla presto, appena quest’incubo avrà fine. Gli Amici che ti stanno accanto, ognuno a modo loro, ed anche lì capisci quanto sono importanti nella tua vita. C’è chi si accontenta di un sms al mattino ed uno alla sera per sapere che tutto è ok e di un sms durante la giornata, come la coppia di amici e i familiari della lontana Sicilia ma che pur ti sta accanto in ogni momento. Come dimenticarli. Chi durante il giorno ti invia sms con le scuse più strane ma allo scopo di sapere che ci sei, che sei lì. Chi non telefona per non “disturbare”. Chi ti telefona anche per un trascorrere un breve momento con te. A tutti ho cercato di apparire normale anche se normale non ero. Con molti ci sono riuscito, con pochi, quelli più vicini verosimilmente, no. Hanno capito ma sono stati al gioco. Mi auguro solo di non averli ulteriormente preoccupati. Sentirli vicini mi ha dato una forza ulteriore di cui sarò loro eternamente grato.

Poi i problemi della quotidianità: come fare la spesa, come procurare il cibo ogni giorno per me e per i miei familiari? Ulteriore grave handicap. Spesa on line impossibile, perché con consegne differite a più di una settimana. Non avendo parenti in loco, io e la mia famiglia dovevamo trovare una soluzione. Qui ancora una volta un Amico è stato esemplare (vero Enzo? Grazie di cuore). Gli facevamo la lista e provvedeva a portarci tutto quanto ci occorresse a domicilio senza sicuramente fare questo lavoro. Nella solitudine diventata orma inseparabile compagna alterni momenti di ansia (paradossalmente aggravati dalla tuo essere un professionista e per questo consapevole di quanto sia pericoloso il virus,a come potrebbe variare la situazione clinica) a momenti di “gioia” o meglio di “gaia incoscienza”: alla fine sei vivo e sei a casa, asintomatico. Questo è importante, da questo trai ancora più forza, quella veramente più vitale. In tutta verità, non posso dire di non aver vissuto e percepito la paura ma sono orgoglioso di averla affrontata con dignità. Solo chi è testimone diretto di questo vissuto di malattia è destinato a conservarne il ricordo come una cicatrice che non si potrà cancellare.

Un doveroso pensiero va, poi, a tutti i colleghi, per buona parte conoscenti e ad alcuni amici, che hanno pagato con la vita la battaglia col Covid, alle famiglie che hanno lasciato, non senza chiederti e richiederti se tutto ciò possa avere un senso. Egoisticamente, ma non senza pentirtene nell’istante in cui l’hai pensato e provandone quasi vergogna, ti senti fortunato rispetto a loro. Tu sei vivo e stai combattendo. Ritornando un attimo alla figura del medico, ti accorgi che in giro ancora una volta l’ageism compare. Senti tra le proposte più svariate quella di tenere gli over 60 (ma si è pazienti geriatrici a 60 anni? Ma che abbiamo detto fino alle soglie del Covid?) a domicilio e di fare uscire solo i più giovani. Ancora una volta l’anziano o presunto tale diventa un peso sociale e non una risorsa. Ad un certo punto arriva il gran giorno, quello del 1° e del 2° tampone: NEGATIVO! Ti senti rinato anche se dentro di te sai che non sarà più come prima. Ritornerai alla cosiddetta vita normale, ma che normalità, in fondo si rientrerà al lavoro. Pensi che dovrai adoperarti con tutto te stesso perché tutto ritorni come prima ma anche meglio di prima. Sotto gli occhi di tutti è, però, che se non ci saranno un vaccino, dei protocolli validi e di conseguenza efficaci, avremo un’unica soluzione al problema: ogni individuo dovrà difendersi da solo e preservare i suoi cari con le sole frecce nella faretra che avrà, dovrà, cioè, usare massima attenzione, adottare tutte le precauzioni possibili e, perché no, dotarsi di un sano scetticismo.

Certamente l’esperienza ti segna, ti lascia qualche ferita che ti servirà nella vita. Ho letto da qualche parte che la Medicina non è magia, né un tifo calcistico.

La Medicina è una scienza fatta di sacrifici, di dedizione alla causa, di studio intenso, di ricerca e, soprattutto, di tanta umanità e tanta vicinanza ai pazienti, ai bisognosi, ai nostri anziani fragili, facendo leva sempre sul senso di responsabilità individuale delle persone che ad essi sono dedite.

E come tale, ci impone di rifuggire dai tuttologi, dai venditori di elisir di lunga vita, da chi lancia sentenze, da chi vede complotti ovunque, incrementando l’incertezza e la preoccupazione.

A tal proposito, concluderei con una frase di Oscar Wilde che in maniera incisiva e precorrendo i tempi osservava che “Tutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi ad insegnare”.

Un caro saluto a tutti.

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